Giovedì 23 maggio 2024 presso l’oratorio di Azzano S. Paolo si è svolto il secondo dei due incontri “In dialogo con la politica” proposti dalla CET13 in collaborazione con l’Ufficio pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Bergamo, in occasione delle elezioni europee e amministrative di giugno.

Il Vicario Territoriale don Alberto Caravina introduce la serata con l’auspicio che l’argomento possa riaccendere nelle nostre comunità il desiderio di partecipazione. Lascia quindi la parola al coordinatore della Terra Esistenziale Vita sociale e mondialità, il quale ricorda che l’obiettivo della Cet è aiutare le nostre parrocchie a interessarsi alla vita quotidiana delle persone e che in particolare la TE da lui coordinata è direttamente coinvolta nella tematica della serata. In vista delle elezioni europee e di quelle amministrative, che coinvolgono quasi tutti i comuni del nostro territorio, è importante un momento di riflessione sulla politica. Lascia quindi la parola al relatore.

Il prof. Pizzolato per prima cosa si presenta: è docente di diritto pubblico all’Università di Padova e insegna anche all’Università Cattolica di Milano e la sua materia specifica è la Costituzione. La Costituzione è profondamente attuale proprio nelle parti ove facciamo più fatica a dirne il significato. Parte quindi dall’art. 1, che contiene una formula molto nota, ma proprio per questo più trascurata: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

L’articolo si compone di due parti e la seconda sembra porre dei limiti alla prima, mentre in realtà le due parti sono collegate e danno il senso al nostro impegno sociale e civile. La nostra è una Costituzione di compromesso, scritta da anime diverse; il compromesso non è ripiego, ma etimologicamente significa trovarsi insieme, convinzione comune, non una mediazione al ribasso.

La prima parte ci dice che la nostra democrazia si fonda sul lavoro: quindi è una democrazia sostanziale, feriale, non trova la sua dimensione esclusiva nel momento del voto (quando i cittadini sono direttamente coinvolti per scegliere la classe politica); il rito della democrazia si svolge tutti i giorni con il ritmo del lavoro, che comprende qualsiasi attività che contribuisce al benessere della comunità, quindi anche il tempo del non lavoro, il tempo libero, il tempo della cura e del volontariato (l’art. 4 tratta del dovere di ogni cittadino di svolgere attività che concorrono al progresso materiale o spirituale della società, riecheggiando la stessa Dottrina Sociale della Chiesa, che parla di partecipazione dell’uomo all’opera creatrice di Dio). La democrazia ci impegna quindi nelle scelte di lavoro, di cura, dell’impiego del tempo libero, del volontariato, dell’impegno politico diretto; il cittadino non è solo elettore, ma contribuisce all’edificazione della società; anche il modo in cui si lavora – che costruisce un pezzo delle nostre relazioni e non serve solo per il proprio sostentamento – è costruzione partecipata della convivenza e tessitura dell’esistenza. La cittadinanza si realizza nei luoghi del nostro vivere e le nostre comunità si reggono sull’apporto di persone, associazioni, gruppi, oltre che sulla partecipazione direttamente politica. Ed è una partecipazione molto concreta.

Lo stesso concetto di cittadinanza è più largo di quello che pensiamo: per la Costituzione anche gli stranieri che lavorano sono già cittadini anche se non hanno i diritti elettorali.

L’Art. 3, ove afferma che “… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli …” chiarisce che obiettivo della Repubblica è umanizzare la società, creare luoghi dove l’umano è accolto, può svilupparsi e fiorire. Non solo quindi partecipazione alla decisione politica, ma partecipazione all’umanizzazione della società. La democrazia, allora, diventa forma di vita.

Alla luce di tutto ciò, la seconda parte dell’art. 1 è un limite? È una gabbia? L’interpretazione del prof. Pizzolato è diversa: il popolo è sovrano, ma il popolo è formato dai corpi sociali intermedi, dalle autonomie territoriali, dalle minoranze linguistiche, dalle diverse confessioni religiose, ecc., quindi è un soggetto strutturalmente plurale e non può parlare con una sola voce, altrimenti diventa idolatria pericolosa per la democrazia. La volontà popolare si forma nel dialogo tra le diverse forze, che il patto costituzionale tiene insieme, e ciascuna ha il suo limite perché non escluda le altre e nessuna pretenda di esaurire il popolo stesso. È unità nelle relazioni. Unica eccezione storica in Italia è stato il partito fascista che è stato totalitario, in quanto ha preteso di essere l’unica voce del popolo che escludeva tutte le altre.

Compito delle istituzioni è dunque quello di rendere possibile l’espressione della pluralità e qui entra in gioco il principio di sussidiarietà: il livello più importante è quello comunale, dove può avvenire più facilmente l’integrazione fra comunità e istituzioni attraverso la partecipazione dei cittadini alla costruzione della loro comunità.

A volte si ha l’impressione di inutilità nell’impegnarsi e c’è crisi di partecipazione; i partiti si sono svuotati e hanno mancato il loro compito istituzionale di valorizzazione della società; il rappresentante politico non deve rubare la scena, ma mettere al centro ciò che succede nel popolo, è una funzione servente e non di potere e di delega. Invece è prevalso il meccanismo della delega che ha svuotato la Costituzione e la partecipazione, come vediamo nella campagna elettorale per le elezioni europee, in cui si parla solo dei leader e non si conoscono i programmi! Si tratta quindi di restituire partecipazione, a partire dal livello locale.

Il dibattito che è seguito all’intervento ha fornito spunti al relatore per ulteriori considerazioni.

  • Bergamo nel 2022 è stata capitale del volontariato: ciò significa che molte persone partecipano e sono disponibili, ma la partecipazione sociale non sfocia nell’impegno politico, visto come pregiudicato e marchiato. Fra impegno sociale e politico c’è un solco, anche per la difficoltà a gestire il conflitto: ad esempio i credenti, dopo decenni di partito unico, ora hanno paura di schierarsi apertamente, non sanno discernere e tacciono. Cosa fare allora per favorire la partecipazione? No al modello delle lobby/gruppi di pressione, che fa leva sulla forza e non è per il bene comune; no nemmeno alla logica della comunità civile che sottopone alla politica i bisogni di cui chiede la soddisfazione; più corretto è un livello ulteriore: abituare le nostre comunità non solo a presentare bisogni, ma a fare un confronto orizzontale tra portatori di bisogni diversi per individuare insieme le risposte.
  • I partiti meritano la critica perché hanno mancato la loro funzione di vettori dell’energia popolare dentro le istituzioni e non si sono strutturati democraticamente al loro interno. Anziché mediare le conflittualità, le polarizzano ai fini elettorali.
  • A livello locale si va diffondendo un modello di amministrazione condivisa: è un nuovo paradigma di partecipazione che riguarda il Comune insieme a cittadini attivi e con forme giuridiche che si stanno costruendo (patti di collaborazione, regolamentazione dei beni comuni, etc.). Anche le piccole cose hanno una grande capacità trasformativa, dobbiamo aver fiducia nelle trasformazioni che avvengono dal basso senza che sia necessario aspirare al potere ad alto livello.

L’azione sociale diretta è un altro nuovo paradigma che prevede che la cittadinanza si attivi per ottenere beni e servizi anche senza l’intervento dell’amministrazione pubblica, auto-organizzandosi (vista la grave retrocessione del Welfare), ma ha il limite che è solo per chi è dentro nella sua rete e rischia perciò di essere escludente.

  • Le elezioni europee non sono principalmente un confronto fra sovranisti e europeisti, perché l’Europa è ormai una dimensione comune a tutti, anche per i sovranisti. Il vero interrogativo è: che tipo di Europa vogliamo? Una macchina burocratica con standard tecnici e governata attraverso regole, in cui i cittadini sono ingranaggi (logica finanziaria)? Questa è un’idea federale senza calore popolare! Purtroppo in queste elezioni non ci si sta confrontando sull’idea di Europa.
  • Astensionismo: c’è la fuga dal voto fra distrazione, disincanto e protesta a volte giustificata, per mancanza di chiarezza di tante proposte politiche. Anche l’esclusione dalla partecipazione sociale ed economica porta alla non partecipazione politica.
  • Riforma del Premierato: innanzitutto tra prima e seconda parte della Costituzione ci sono dei collegamenti per garantire coerenza tra i principi e la parte organizzativa, che verrebbe intaccata sia da soluzioni verticistiche/di delega sia da forme referendarie/di democrazia diretta dove gli elettori sono chiamati ad esprimersi con un drastico Sì/No; il Presidente della Repubblica negli ultimi anni si è trovato a svolgere un ruolo superiore a quanto previsto dalla Costituzione. La soluzione, più che nella riforma proposta di politicizzare dal basso il livello di governo nazionale, starebbe nel favorire la partecipazione popolare a livello europeo dove si formano le scelte politiche fondamentali, che condizionerebbero anche un Presidente del Consiglio eletto direttamente.
  • Mafie e corruzione incidono sulla democrazia, non è moralismo e non si deve nemmeno accettarle come una forma di realismo; moralità e legalità sono grandi temi, anche per la politica, e non ci si deve arrendere.
  • Non incoraggiare la delega, ma la partecipazione; la solidarietà è una miscela di dovere e di dono: ricevo la libertà e la devo agli altri, è un debito che ricevo e da restituire.

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